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Se in un futuro, per dire tra venti anni, dovessi scrivere un film tipo “Frost/Nixon” sulla puntata di “Servizio Pubblico” con Silvio Berlusconi, la centrerei sulla preparazione di due protagonisti all’evento e, in parte minore, alla contrattazione, con un terzo protagonista che aleggia, controlla, manovra e interviene in maniera chirurgica, sapendo che – come dice il proverbio – tra i due litiganti è il terzo che gode.

Nel primo filone gran parte della narrazione dovrebbe seguire questo episodio descritto dal “Corriere della sera”: la presenza di Massimo Boldi nelle quinte con Berlusconi. Il Cavaliere, dopo essersi preparato insieme ai suoi consiglieri e ai suoi spin doctor, da “campione” della comunicazione s’è potuto rilassare prima dell’incontro tirando fuori un aspetto umano e debole con un amico. L’attore ha letto su Twitter della puntata, sempre via Twitter ha contattato Giulia Innocenzi (che definisce “amica”, ma penso sia solo in contatto sul social network) ed è andato nello studio. Dice che Berlusconi, appena lo ha visto, gli ha fatto “un grande sorriso”, lo ha preso per mano e gli ha detto: “Sono felice che sei qui”. Io me la immagino come una scena molto “ecumenica”, come un vecchio prete prima di morire. Ma c’è il resto: il racconto della tensione e dei timori, della sdrammatizzazione, la ricerca di relax ripetendo gli sketch di Boldi del “Derby” della Milano da bere, il training autogeno. Ci vorrebbe davvero un ottimo scrittore, capace di indagare e descrivere bene gli animi umani, per raccontarlo con dovizia di particolari.

Poi c’è Marco Travaglio, che ha cominciato uno dei suoi interventi, quello che gli spettatori si attendevano come decisivo, così:

Preparandomi non mi è venuta proprio nessuna domanda perché penso che in questi venti la cosa più grave non è quello che lei ha detto e ha fatto, ma quello che non ha detto e non ha fatto o quello che non ha potuto dire e fare.

Ecco: cosa è successo? Lo immaginiamo Travaglio che per giorni si concentra sulla puntata per preparare i suoi monologhi. Ci riflette, prende qualche appunto sulle più colossali boiate di Berlusconi, sui suoi processi e sulle sue menzogne. Poi me lo immagino la mattina di giovedì, mentre si rade. Sbaglia e con la lametta si fa un taglietto da cui comincia a scorrere poco sangue ma in maniera molto fluida, e pensa a sé stesso, al suo rapporto con Berlusconi (che nella sua replica ha detto di essere il “core business” del lavoro di Travaglio) e decide di parlare da elettore deluso, come ha scritto qualcuno su Twitter. Lui che nel 2001 da Daniele Luttazzi (una “prima tappa” della sua carriera in tv) denunciava il brutto vizio della interviste senza domande. In quel programma presentava il libro “L’odore dei soldi” che comincia con una domanda:

Cavaliere, dove ha preso i soldi?

E’ cominciato tutto così. E ora?
Travaglio, un campione nel suo ambito, in questo incontro di boxe a parole ha ceduto. Perché. Anche qui ci vorrebbe un ottimo scrittore, come sopra, per capire cosa lo ha portato a non sferrare una serie di diretti al volto e montanti al fegato mandando KO il suo avversario di sempre.

E infine c’è lui, Michele Santoro, che si aggira sornione nell’arena. Non come un leone, non come un gladiatore, ma come una iena. Sta lì, guarda, attacca quando vede debolezza, rapide incursioni. Poi la butta in caciara come tattica difensiva, ma anche per sembrare innocuo. Nonostante tutto è lui l’arbitro, è lui che – in accordo con lo staff di Berlusconi – ha messo qualche limite ai temi e alle domande, ha limitato la sua libertà e quella della sua squadra solo per avere l’ex premier come ospite e poter ottenere un risultato strepitoso: 9 milioni circa di spettatori. Ha manovrato il giusto, ha svolto il suo dovere di showman, ma non quello di giornalista, lasciando il politico la possibilità di sguisciare come un’anguilla e dire quello che voleva.

Ecco, se pensavo a un film sulla falsa riga de “il Caimano” di Nanni Moretti, ora penso che quel progetto del futuro si debba intitolare “L’anguilla”.

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