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Ieri ho seguito la manifestazione No Tav che a Susa ha bloccato per buona parte della giornata l’autostrada Torino-Bardonecchia. Seguo il movimento già da diverso tempo, senza pregiudizi, sempre disponibile ad ascoltare le diverse anime, da quella autentica dei valsusi, passando attraverso i movimenti ambientalisti e della decrescita, fino all’area degli autonomi, dei centri sociali. E degli anarchici.

Ecco, riesco a relazionarmi con tutti queste anime, tranne quella degli anarchici, e ieri mi sono reso conto del perché. Ero lì al blocco sull’autostrada, un musicista stava suonando la sua fisarmonica e un operatore della Rai stava facendo delle riprese, per le quali non c’è bisogno di chiedere nessun permesso: si tratta di un luogo pubblico, di un evento aperto, e si sta documentando un fatto di cronaca. Appena il cameraman ha inquadrato il pubblico che ballava e cantava, due anarchici gli si sono avvicinati con irruenza ordinando al signore (che avrà circa 60 anni, oltretutto) di andarsene. Inutile stare a spiegargli le priorità. Inutile dir loro che se non volevano essere ripresi bastava girarsi dall’altra parte (e che comunque il non voler essere inquadrati vuol dire che hai la coda di paglia). Inutile l’avvicinamento del giornalista collega del cameraman che ha osato dirgli “Tu sai chi sono io?” senza atteggiamento arrogante: è un ambientalista convinto che ha dedicato diverse trasmissioni alle questioni ecologiche della Val di Susa, a differenza di altri giornalisti Rai. Niente, non hanno sentito ragioni. Ho visto questi colleghi più anziani ed esperti di me allontanarsi e ho provato rammarico.

Stessa scena in serata. La troupe di Sky arrivata per seguire gli eventi. Il giornalista è uno di quelli che, quando “sale in valle”, dà voce agli abitanti e ai partecipanti delle manifestazioni, come è giusto che un cronista faccia. Anche lui è stato insultato. Insieme al cameraman stava registrando un video sulla situazione al blocco autostradale, quando un anarchico dall’accento del centro Italia ha cominciato a insultarlo, a dirgli di smetterla perché ha fatto interrompere le danze e la musica e di andarsene perché è un infame e fa un mestiere di merda. Il giornalista Sky si è incazzato e si è avvicinato al ragazzo. Questo, seduto su un guard rail, è saltato giù puntando verso il cronista e gli ha sputato addosso. Stavano per venire alle mani, ma sono stati fermati. Io tenevo l’anarchico, ma avevo le mani che mi prudevano. Ho provato a parlare con lui dopo, ma il ragazzo era su di giri. Stesse motivazioni dell’altro: “Non vogliamo essere ripresi“. Anche con lui è stato inutile spiegargli che non può minacciarci né dirci di non riprendere. “Non ce ne facciamo nulla di voi, non abbiamo bisogno di giornalisti, me ne frego dell’immagine che faremo sui media, tanto fanno già quello che vogliono. So come funziona il giornalismo, ho studiato scienze della comunicazione“. Quando ha detto questa frase volevo ridergli in faccia. Anche io ho studiato scienze della comunicazione e non lo uso come titolo di merito.

Ero sconfortato. Per fortuna un ragazzo che era venuto a calmare la situazione, un notav valsusino, ha scambiato qualche parola con me. Anche a lui quella scena dava fastidio e, nonostante i giornalisti e i giornali apprezzati dal movimento siano pochi, non tollerava atti così. Capiva bene che quell’individuo in quel momento rappresentava solo se stesso (anche perché in generale quando un cronista va alle manifestazioni con umiltà e curiosità trova persone disponibili nella maggior parte dei casi) e voleva sottolinearlo. Non ce n’era bisogno, dopo un po’ di volte in valle so com’è. Però dovrebbero iniziare a emarginare e mettere fuori queste persone, a cui no frega nulla del movimento. Così come un gruppetto di romani che ieri notte, sempre al blocco autostradale, se ne stava ben in disparte mentre c’era l’assemblea mentre uno di loro fischiava gli interventi.

Noi giornalisti invece non dovremmo reagire alle provocazioni e a questi insulti. Fanno male perché siamo lì con le migliori intenzioni, però di censure ne proviamo spesso di più forti, ma in maniera latente.

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