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A tutti succede. Si parte da un piccolo impulso e ci si aprono meandri della mente che ignoravamo fossero ancora lì. Può capitare con tutto. Un gesto, un odore o un profumo, delle canzoni. Il brutto è quando questi elementi riportano in vita pensieri che volevamo allontanare, o di cui non ci fregava più niente.

Stasera ho provato piacere nel vedere su Rai Cinque “Lost in translation” e pensare che un film così bello (sì, un film romantico e paraculo) non fosse collegato a persone del mio passato non più presenti nella mia vita. È positivo. Mi permette di poter rivedere quella pellicola senza un surplus di pensieri rispetto a quelli che può indurre normalmente.

Invece mi ha buttato giù la notizia dello scioglimento dei R.E.M.. Dopo una brutta questione ho pensato che avrei faticato a riascoltarli. Attivavano troppi ricordi, come quello del concerto visto a Lione nell’estate del 2008, durante il festival “Nuits de la Fourvière”. Per mesi non li ho ascoltati, li ho proprio evitati e poi, un giorno, ho visto che potevo benissimo ascoltarli di nuovo senza farmi schiacciare dalla memoria, gondendomi le loro canzoni per quello che sono.

Stasera i R.E.M. si sono sciolti. “Call it a day“, annunciare la fine della giornata lavorativa. Stop. Hanno deciso di smettere. Le loro motivazioni mi convincono, hanno fatto bene. Adesso non so se ascoltarli riaprirà quel cratere chiuso, se ne aprirà degli altri o se forse mi aiuterà a metterci una pietra sopra.

La migliore frase, almeno per me, l’ha detta Michael Stipe:

A wise man once said -‘the skill in attending a party is knowing when it’s time to leave.’ We built something extraordinary together. We did this thing. And now we’re going to walk away from it.

E ciò per me vuol dire alcune cose. Che non li vedremo finire come Bob Dylan, senza voce, o come i Rolling Stones. E spero che non li vedremo fare dei clippini via internet. Meglio andarsene lasciano un ottimo ricordo, perché i R.E.M. dopo 31 anni di carriera erano rimasti grandi. Sì, con alti e bassi, ma sempre ad altissimo livello. Lo ricorda Mike Mills:

Working through our music and memories from over three decades was a hell of a journey. We realized that these songs seemed to draw a natural line under the last 31 years of our working together.

Detto questo. Passiamo a un po’ di cronaca e alla loro musica. Il giornale della University of Georgia, (Michael, Mike e Buck sono di Athens) ha rispolverato l’archivio e ripubblicato on-line il primo articolo mai scritto su quella che era un’emergente band underground, capace di mettere in piedi un circuito organizzativo per trovare spazi in cui suonare, capace di monopolizzare la programmazione delle radio alternative e indipendenti nei suoi primissimi anni di vita. Il Los Angeles Times consiglia di rivedere il video del live al David Letterman Show con Radio Free Europe, i R.E.M. alla loro prima performance in televisione: “Secondo il Los Angeles Times quest’album è uno dei migliori cinque del 1983″, dice Letterman. E il quotidiano californiano conferma ancora oggi il suo giudizio. Il titolo migliore per questa notizia l’ha dato il New York Times: “The end of R.E.M., and they feel fine”, la parafrasi del loro successo “It’s the end of the world as we know it (and I feel fine)“. Io la scoprì nel 1994. Mio padre collezionava una raccolta di cd de La Repubblica, “L’America del Rock” e l’ultimo brano dell’undicesimo disco, “Viaggio negli anni Ottanta”, si concludeva con quel brano. Scoprì da dove traeva origine “A che ora è la fine del mondo” di Ligabue, l’artista mediocre in assoluto.

Poi ci fu la volta di “Up”, nel 1997, e lì ebbi l’occasione di conoscere meglio i R.E.M. con “Lotus” e soprattutto “Daysleeper“. Le canzoni di “Reveal” del 2001 hanno segnato l’estate di quell’anno: “Imitation of life“, “All the way to Reno” e, in maniera minore, “I’ll take the rain”. Di “Around the sun” (2004) ricordo solo “Leaving New York”, ma non era stato un grande album e l’ho sentito poco, mentre “Accelerate” (2008) ho sentito e cantato tutte le canzoni da quanto era travolgente. Un ottimo ritorno. In quell’anno andai anche al concerto, e comprai una maglietta arancione che porto ancora in questi giorni. Quel disco fu anche l’impulso per andare a recuperare i primi album e sentirli interamente, oltre ai classici.

Adesso smettono. Dicono basta. Lo dicono nel periodo in cui i Pearl Jam compiono vent’anni e lo dicono pochi giorni prima del ventesimo anniversario di “Nevermind” dei Nirvana. Sì, Mike ha ragione: quando suoni i concerti dopo un greatest-hits e rivedi la tua carriera di 31 anni ci pensi al tempo passato. Ne hanno viste di gruppi nascere e morire e i R.E.M. erano sempre lì. Stipe fu molto vicino a Kurt Cobain. Aveva programmato di collaborare con lui, tirarlo in mezzo a un progetto discografico per tenerlo lontano da droga e depressione. Ci credeva. Gli inviò un biglietto aereo e un autista per portarlo da lui e registrare insieme (fonte). Ma Cobain si sparò prima che ciò potesse avvenire e Stipe compose “Let me in“. A dire quel “Let me in”, nel brano era Stipe diretto a Cobain (fonte):

That was me on the phone to him, desperately trying to get him out of the frame of mind he was in….In the most big- brotherly way — God, I hate that term — in the most genuine way, I wanted him to know that he didn’t need to pay attention to all this, that he was going to make it through.

E che dire dell’amicizia che si strinse con Thom Yorke, cantante dei Radiohead, nel 1995 quando i R.E.M., in tour in Europa, scelsero la band inglese come gruppo spalla. In quell’occasione l’americano insegnò al giovane Yorke come cavarsela col mondo dello showbiz e resistere alle pressioni.

Ecco questi appunti finali servono solo a dire che i R.E.M. sono stati un po’ come dei fratelli maggiori, non solo per altri artisti, ma anche per gli ascoltatori. E ora il fratellone maggiore ha deciso di andarsene un po’ via, non farsi sentire. Prima di mettersi a fare odiosi clippini, permettendomi di ricordarli “as we knew them“.

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