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caffè rosso

I bar. Sono divenuti stazioni di passaggio di una vita itinerante. Di una generazione itinerante, sempre in movimento, sempre in viaggio. Perché costretta – o meglio, indotta – a vivere un eterno presente. Precario. Una generazione di passaggio. Alla ricerca di un luogo dove fermarsi, finalmente. Tra un bar e l’altro.

Sono le parole di Ilvo Diamanti, sociologo ed editorialista di Repubblica. Sembra un’analisi abbastanza corretta, nel finale, uno sguardo profondo su un cambiamento reale. I ragazzi che stanno fuori dai bar (forse perché una volta dentro potevi anche fumarci, ora invece devi stare fuori), giovani che non hanno un baretto fisso con una compagnia di riferimento, ma vagano di posto in posto, in eterna ricerca. E penso che io qualche punto di riferimento ce l’ho. O meglio, ce ne sono diversi, ma mai uno fisso. Un bar al Quadrilatero romano, il Pastis, per l’apertivo, un bar – il Jumpin’ Jester – per la birra, uno per la colazione (quello sulla strada per andare al lavoro), l’altro per la pausa caffè (una sorta di Starbucks nostrano). C’è anche un bar cinese a San Salvario, dove andiamo per spendere poco e poi rimanere nel quartiere. Anche se nelle mie serate con l’Irregolare e altri amici ormai prediligiamo molto comprare una birra e passeggiare. Sarà che un posto l’abbiamo trovato, ed è la strada, o meglio il parapetto del Lungo Po, sopra i Murazzi di Torino. Sì, siamo nomadi, abbiamo pochi amici, nessuna compagnia fissa, e puntiamo al risparmio.

Certo, quando scrive “A volte, anzi, spesso, sono avvolti da musica tecno a volume variabile“, si vede che Diamanti sta invecchiando, come ammette lui stesso. Speriamo non declini mai verso il modello Francesco Alberoni con la sua demonizzazione della musica rock e dei giovani sul Corriere della Sera il 1° agosto scorso. In Diamanti non c’è una demonizzazione come quella dell’anziano collega, e non c’è neanche quell’accusa lanciata da Roberto Ferrucci ai giovani veneti e la loro mania di bere, sulle colonne del Corriere del Veneto il 23 luglio scorso, proprio nei giorni in cui sono arrivate anche le ordinanze anti-movida per i locali del centro storico. Per carità, Ferrucci scrive cose sacrosante che sottoscriverei (In sintesi: in Spagna una generazione ha abbandonato il botellon per usare le piazze per protestare. Da noi?), però il suo commento mi sembrava un po’ stonato perché in quei giorni (mi trovavo a Venezia) ho osservato da vicino un evento che mi ha colpito, dandomi un senso dell’umanità che c’è in uno spritz in piazza, un evento che forse farebbe ricredere anche Diamanti.
Al “Rosso” in campo Santa Margherita, un caffè dove molti studenti e giovani che abitano Venezia si ritrovano per lo spritz, ho notato dei foglietti appesi. Non ritrovo la foto di quei foglietti, ma c’erano l’immagine di un ragazzo e una scritta, un messaggio come: “Gli amici del ‘Rosso’ hanno organizzato un pullman per andare a salutare un ultima volta il Biondo. Partenza alle 8 da piazzale Roma”. Il “Biondo” era un ragazzo di quasi trent’anni abbastanza conosciuto nell’ambiente della facoltà di architettura dello Iuav e tra i giovani del “campo”. Ecco, il 24 luglio, giorno dopo la pubblicazione dell’articolo di Ferrucci, il caffè “Rosso” era chiuso. Ha rinunciato agli incassi di un’intera giornata di lavoro per un amico serrando l’ingresso mattina e sera. La mattina perché, dopo una notte a lavorare, i gestori e alcuni ragazzi sono partiti in autobus per andare al funerale, un autobus noleggiato apposta. La sera per lutto.

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