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Quelli de il Deboscio ci avevano visto lungo già qualche anno fa, con le loro prime magliette. “Il calciatore è un impiegato”, è la scritta del modello qui sopra. Lo sostiene anche Francesco Costa, ma sul serio. Pensa che poverini, siccome i calciatori sono dei “lavoratori subordinati” come un impiegato qualsiasi e siccome molti di loro hanno un tipo di contratto al netto, ovvero concordano una cifra e la società sportiva paga le tasse per loro senza intaccare quella cifra. Forse non hanno letto il corsivo di Warren Buffett sul New York Times. By the way, scrive Costa…

Il contributo di solidarietà, per quanto abbia natura temporanea, è una tassa come tutte le altre: quindi in questi casi non può incidere sulla cifra al netto, concordata dalle due parti al momento della firma del contratto. Non è che i calciatori stiano chiedendo delle deroghe, quindi. Non è che non pagheranno il contributo di solidarietà: stiamo discutendo del fatto che lo debba pagare Ibrahimovic o Galliani.

 
Ok, d’accordo. In una situazione normale per me avrebbe assolutamente ragione. Se un datore di lavoro imponesse a un operaio pagato al netto di pagare una tassa che dovrebbe pagare il capo, mi incazzerei. Ma qui parliamo di persone, almeno quelli della serie A, che guadagnano milioni all’anno, senza contare gli introiti di sponsorizzazioni e investimenti.
Però la situazione è diversa. In un clima di crisi finanziaria, economica e sociale come quella di questo pazzo pazzo agosto 2011, a me frega solo che qualcuno tiri fuori i soldi e che quel qualcuno non sia io, sottospecie di disoccupato con partita Iva, e quindi lavoratore autonomo, imprenditore di me stesso. Perché a me, a differenza di Costa che vuole far il bastian contrario per forza, girerebbero i coglioni sapere che devo pagare relativamente un po’ di più rispetto a un Gianluigi Buffon che prende sei milioni netti a stagione e ha anche diverse rendite, visto gli investimenti in immobili e attività fatti nel tempo. Tanto per dire.

La tiritera polemica intavalotata da questi privilegiati e dai loro padroni è surreale in questa situazione. Il mondo crolla attorno a loro che si azzuffano per le briciole. No, davvero, qualcuno ha per caso riassunto loro il senso dell’articolo scritto dal multimiliardario Warren Buffett sul Nyt? Sul tempo di sacrifici condivisi anche dai ricchi? Non dico di leggerlo tutto, ma almeno di farsi fare un riassunto sulla Gazzetta dello Sport da Giorgio Dell’Arti, nella sua pagina di notizie semplificate e ridotte per venire incontro alle capacità mentali del lettore medio della rosea.

 

E il bello è che in tutto questo i calciatori minacciano anche di scioperare. Facciano pure, è un loro sacrosanto diritto di lavoratori. Tuttavia dubito che a qualcuno importi qualcosa, visto che non offrono nessun servizio pubblico il loro sciopero non dovrebbe neanche dare fastidio a una mosca. A leggere i commenti dei tifosi sui siti e sui forum non trovo molte persone disposte a sostenere la loro protesta, ma solo persone con le casse di pomodori e uova marce pronti a essere lanciati.E a me, che di questo calcio me ne frego altamente, interessa nulla.

 

Tuttavia provo un gran senso di rabbia quando il presidente del Milan, l’altro, Adriano Galliani, afferma che se i giocatori professionisti scioperano in campo scenderanno i giovani della primavera:

 

I calciatori possono fare ciò che vogliono ma di sicuro quei soldi non verranno sborsati dalle società. Su questo tema sono intransigente. Possono scioperare anche per tutta la vita, vorrà dire che manderemo in campo la Primavera

 

Ciò riporta a una situazione “molto italiana” (direbbe Stanis Larochelle in Boris): quando il contrattualizzato è in ferie o sciopera si sfruttano quelli con meno diritti, i precari o gli stagisti. Per quanto siano comunque giovani sportivi che guadagnano già delle belle somme fisse, questo sfruttamento imposto da un sistema così capitalistico mi fa schifo.

 

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