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Chiusa l’ultima pagina ho guardato lo spessore del libro dal lato corto e mi sono chiesto: “Come si fanno a riempire 396 pagine di nulla?”. All’inizio Brucia la città di Giuseppe Culicchia mi esaltava. Mi esaltava il racconto della Torino post-olimpica, quella che ho conosciuto e conosco io, fatta di divertimento e cultura. Mi esaltavano le cattiverie e le insinuazioni sulle associazioni culturali che prendono una sfracca di soldi pubblici grazie a politici conniventi (dopo l’affaire Soria e Grinzane-Cavour si è fermato tutto, o quasi), e tutto questo per fare dei concerti (che a Torino non mancano mai).

Poi però mi sono rotto le palle. Le storie fallimentari di Dj Iaio, il protagonista e narratore, stufano in fretta. Cocaina, belle fighe, scandaletti, soldi e abiti di marca. Un personaggio che è superficiale sia nella volontà dello scrittore sia nel risultato. Per far passare le pagine e scorrere inchiostro Culicchia inserisce più volte la descrizione dell’Hummer H3, il suv del protagonista, dei dischi che suona – in particolare l’orrenda Spastik di Plastikman remixata dai Dubfire -, dei vip avvistati nei locali del centro, del porcellino nano vietnamita e delle due righe che si fa prima di uscire. D’altronde – mi dico – se devi raccontare un inetto non hai molto da dire, è inetto, punto e basta. C’è una Torino che è così, è reale, e il racconto di quella Torino non può che essere di questo tipo. Solo dei maestri saprebbero tirare fuori delle riflessioni umane profonde da quella parte di società. Mica stiamo a scrivere A rebours come Joris Karl Huysmans raccontando il male di vivere del dandy Jean Floresses Des Esseintes. Mica stiamo raccontando la Napoli post-bellica come Curzio Malaparte in La Pelle.

Un’amica mi ha detto che ci sono libri che meritano di essere scagliati contro i muri quando non ci piacciono. Questo libro non mi è piaciuto, ma non l’ho scagliato. S’è fatto leggere tutto d’un fiato nelle giornate noiose di una Torino d’inizio agosto. E l’ho finito più per dovere morale che per piacere. Peccato. Aver perso tempo così.

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