Torniamo a parlare di cose serie. La riforma della giustizia, di cui ho già parlato. Potendo trattare l'argomento con una persona direttamente toccata dall'azione politica nel suo modo di lavorare quotidianamente, ho deciso di farlo e ve ne rendo conto.

Oggi in tribunale non c'era quasi nulla perché gli avvocati stanno scioperando contro la media-conciliazione così, dopo essere stato a lungo nell'aula delle direttissime a seguire un comicissimo processo contro un tossico borseggiatore, aspettando che cominciasse un processo in cui le parti lese erano due ragazze bellissime, sono andato a trovare un sostituto procuratore. Lui sa che sono un giovane cronista molto curioso, così qualche giorno fa gli ho detto: "Posso farle qualche domanda sulla riforma?" e lui – molto gentilmente – mi ha detto di passare nello studio per parlarne con calma.
Se per molti punti della riforma ho delle idee chiaramente contrarie, ho ancora alcuni dubbi su alcuni aspetti, dovuti sia alla scarsa conoscenza di certe particolarità del sistema sia alle tante cose sentite in questi giorni: la responsabilità civile dei magistrati e la separazione delle carriere.

La responsabilità civile dei magistrati
La riforma di Angelino Alfano, in sostanza, sostiene ciò:

il cittadino che lamenta di aver subito un trattamento indebito da parte di una procura, soprattutto nei casi di presunta ingiusta detenzione, può fare causa al singolo magistrato. I magistrati, infatti, sono considerati “direttamente responsabili degli atti compiuti in violazione dei diritti, al pari degli altri funzionari e dipendenti dello Stato”.

Alfano afferma:

«Il giudice che sbaglia deve pagare, come il chirurgo che sbaglia un'operazione»

Il cittadino non si avvale più dello Stato, di cui il giudice è dipendente, e lo Stato, se lo ritiene, non si avvale più sul suo dipendente che viola i doveri del suo compito. Il cittadino può denunciare direttamente il magistrato.
Ora, io ho chiesto al pm se fosse possibile prevedere un'assicurazione tipo quella dei medici e degli ospedali, quelle che nel caso in cui un paziente subisse dei danni o morisse intervengono per risarcire e mediare. Ho scoperto che i giudici hanno già un'assicurazione civile per casi sfortunati, un'assicurazione che costa circa 500 o 600 euro all'anno. Ma ho capito, e mi sono convinto, di una cosa che molte persone contrarie alla riforma sostengono.
Una spada di Damocle. Questa sarebbe la possibilità di denunciare un magistrato nel corso o alla fine del procedimento da parte del cittadino che si ritenesse danneggiato. Attualmente funziona così: non sei contento dell'esito del processo? Fai appello. Ti ritieni danneggiato dall'ingiusta detenzione? Fai una causa civile al termine. Ora invece, con il rischio di essere denunciati ogni volta che qualcuno si ritiene danneggiato e col rischio di dover pagare cifre care, carissime, sul giudice ci sarebbe una spada di Damocle, un presagio che lo porta sì ad agire con estrema cautela, ma che lo limita nelle sue azioni, nella sua libertà e nella sua indipendenza.
Per quanto riguarda il secondo comma della legge costituzionale 113-bis che
l'articolo 16-bis della riforma vorrebbe inserire, ovvero la norma sulla "responsabilità civile dei magistrati per i casi di ingiusta detenzione e di altra indebita limitazione della libertà personale", sul sito del Consiglio superiore della magistratura, l'organo di autogoverno dei magistrati, si nota che c'è già una responsabilità civile e penale dei giudici. Nel primo caso, la legge risale addirittura al 1988. Forse si potrebbe variare questa legge, anziché variare la Costituzione inserendo l'articolo 113 bis.

In questo editoriale Marco Travaglio lo spiega in maniera molto sintetica e chiara.

La separazione delle carriere
Silvio Berlusconi, alla presentazione della riforma, ha detto una frase che mi è rimasta impressa:

«Il pm per parlare col giudice dovrà fare esattamente come ora si deve comportare l'avvocato della difesa: fissare l'appuntamento, battere la porta, entrare col cappello in mano e possibilmente dargli del lei»

Come ho scritto qualche tempo fa, non ho pregiudizi sulla questione. Però quest'attitudine ossequiosa che – secondo il premier – i pm dovrebbero avere coi giudici mi suona strana. Sarà perché forse vedo a volte tanta formalità e altre tanta informalità nei rapporti reciproci tra le tre parti. Il mio frequentare quotidianamente le aule dei tribunali mi fa dire che dipende tanto dall'attitudine e dalle personalità. A margine dell'udienza vedi avvocati che parlano con tutta calma coi pm, avvocati che parlano informalmente coi giudici, ma anche pm che evitano di parlare coi giudici e prendono uscite diverse. Quindi la cosa mi insospettisce.
Tuttavia, tornando alla separazione delle carriere, siccome non ci vedo nulla di negativo a priori, ho chiesto al procuratore di dirmi la sua e lui mi ha detto che in molti sistemi giudiziari in cui le carriere sono separate, i magistrati inquirenti che rappresentano l'accusa seguono direttive o sono dipendenti dell'esecutivo, e quindi la separazione dei poteri non sussiste. Io ho ricordato
il caso della Francia, condannata per questo motivo qualche mese fa.
Per quanto riguarda la "separazione" delle carriere, per evitare che un inquirente diventi giudicante e si trovi così a decidere sul lavoro di ex colleghi, lui ha ricordato anche  una legge già citata da Luca Palamara, presidente dell'Associazione nazionale magistrati martedì a Ballarò: se un magistrato vuole cambiare funzione, da inquirente a giudicante e viceversa, deve cambiare distretto della Corte d'appello, cosa che nella maggior parte dei casi vuol dire cambiare regione e ambiente. Inoltre, se è possibile che procuratori e giudici si conoscano come colleghi, è altrettanto possibile che ciò avvenga anche con gli avvocati, con cui condividono le aule, gli incontri negli uffici per vedere le carte etc etc. Anzi, mi ha fatto l'esempio di un procuratore "nuovo" che può trovarsi davanti un giudice anziano e accanto, come controparte, un principe del foro. In questo caso chi si toglie il cappello è il procuratore, mentre giudice e avvocato si tratteranno con più familiarità. Per non parlare poi di quelle città come Roma dove è possibile che magistrati di ogni tipo e avvocati si trovano insieme nei circoli.

Per finire, mi riprometto di parlarne anche con qualche avvocato. Nel frattempo vi rimando a ilpost.it (da cui ho tratto le citazioni) e a Nonunacosaseria per un confronto tra la riforma proposta dal governo e la tanto nominata "bozza Boato" del 1997. Questo per farvi capire ulteriormente quanto gli esponenti della maggioranza che vogliono far piacere la riforma all'opposizione, e quanto i critici a priori raccontino palle senza ritegno.

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