padaLa Padania continua a dimostrarsi per quel giornalaccio che è. "Al Qaeda avanza", scrive in prima pagina oggi, con un richiamo al "terrorismo" nel box sulla destra. Praticamente il giornale dell'intelligentsia leghista, quindi letto da molte poche persone, va in contro tendenza rispetto a quanto dicono esperti di islam e analisti dei servizi di intelligence statunitensi e britannici. E si può mettere anche in dubbio il fatto che "l'islam radicale punta a farsi superpotenza". In molti affermano che si tratta di movimenti popolari in cui l'elemento religioso è privo e anche se in Egitto il movimento dei "Fratelli musulmani" potrebbe essere avvantaggiato, non dovrebbe risultare un ostacolo alla democrazia, anzi potrebbe essere addirittura utile contro il terrorismo e Al Qaeda.

Non si tratta di ribellioni e non rivoluzioni, perché in questo caso avrebbe dovuto insediarsi un nuovo sistema politico, cosa che invece non è avvenuta. Lo afferma al quotidiano
Europa  Olivier Roy, politologo e orientalista, professore all'Istituto Universitario Europeo. In un'intervista a Rue89, aggiunge che quest'ondata di ribellioni sarebbe la sconfitta dell'islam politico ma anche di Al-Qaeda e della teoria dello “scontro di civiltà” di Samuel P. Huntington. Questa è:

“la generazione delle 'palle piene', ed è la fine delle grandi ideologie, di tutte le grandi ideologie: islamismo, nazionalismo, socialismo arabo. (…) è l'arrivo di una generazione che è nata nella crisi, che non si è mai investita nell'islamismo come una soluzione a tutti i problemi, perché l'islamismo faceva già parte del paesaggio politico quando questa generazione è diventata cosciente politicamente.

Qual è il peso reale degli islamisti in questa rivoluzione? Si tratta apparentemente prima di tutto di movimenti secolari?

Sì, in tutte le rivoluzioni gli islamisti sono assenti. Questo non vuole dire che non riverranno. L'islamismo è finito, come soluzione politica e come ideologia. Ma gli islamisti ci sono e sono una grande incognita. Vedo due vie possibili, che non sono incompatibili:

  • la via turca: passaggio all'equivalente di una democrazia cristiana, molto conservatrice, ma che gioca il gioco del parlamentarismo;

  • o una sorta di Opus Dei, un movimento che dice: “Noi ce ne freghiamo della politica. L'importante per noi sono le norme religiose”. In altre parole, la “salafizzazione” degli islamisti.

Per capirlo bisogna vedere una cosa importante: gli islamisti si sono imborghesiti. Sono diventati parlamentaristi, ma sono anche conservatori, non hanno più un progetto sociale, e sono dunque assenti dalle lotte economiche e sociali.

È molto chiaro in Egitto. I Fratelli musulmani sono diventati liberali in economia. Sono per la privatizzazione e contro lo sciopero. (A Europa afferma addirittura che i giovani dei Fratelli musulmani “parlano un linguaggio liberale diverso da quello dei quadri di partito”, ndr)

Ma perché gli elettori non darebbero una maggioranza agli islamisti?

Perché votare per delle persone che non erano presenti durante la rivoluzione? Non è l'Iran del 1979, quando gli islamisti hanno fatto la rivoluzione, o l'Algeria del 1991, quando il Fronte islamico di salvezza era alla testa delle contestazioni. Gli islamisti erano all'avanguardia. Oggi, non sono proprio in mezzo alla ribellione.

Non bisognerebbe quindi temere i Fratelli musulmani. Iniziano a sostenerlo in diversi negli Stati Uniti. Risale al 10 febbraio un articolo di Foreign Policy intitolato "Don't fear the Brotherhood". L'autore, James Straub del New York Times Magazine, spiega come sia passato da una diffidenza preconcetta a un'apertura verso questo movimento, composto avvocati, dottori, ingegneri e gente più semplice, caratterizzati dalla loro reputazione per il servizio sociale svolto e la probità morale.

"I Fratelli musulmani non sono Hamas (…) Nell'onda delle proteste secolari, è improbabile che la Fratellanza attragga la maggior parte dei voti egiziani".

Un ex analista della Cia e dell'Fbi spiega su The Atlantic il perché gli Usa dovrebbero dialogare con i Fratelli musulmani:

Il nostro interesse nel supportare la democrazia in uno Stato come l'Egitto dovrebbe essere più che un'ideologia. Potrebbe essere anche un vantaggio per l'antiterrorismo. (…) Se stiamo cercando amici, soprattutto amici arabi, che ci aiutino a combattere al Qaeda sul piano ideologico che è stato in nostro deficit più significati, dovremmo guardare ai Fratelli musulmani. (…)
Hanno radici comuni, che risalgono all'evoluzione del movimento islamista in Egitto quasi 90 anni fa. Entrambi rigettano lo Stato di Israele e l'aumento di influenza dei FM nei governi arabi potrebbe ridurre il supporto per la soluzione dei due Stati.

(…) resta il fatto che queste due versioni dell'Islamismo sono come cane e gatto apertamente e spesso. Al Qaeda è fondamentalmente più di un gruppo terroristico. È un movimento di nichilisti, violenti islamisti che vogliono espandere la rivoluzione tramite il terrorismo. (…)

I leader di Al Qaeda parlano apertamente del loro strappo con i Fm sulla partecipazione ai processi politici, soprattutto le elezioni (…), un atto che è un anatema per Al Qaeda. (…) La partecipazione alle elezioni rinforza gli Stati moderni che non entreranno mai a far parte di un moderno califfato.

Che l'integralismo islamico inteso come profondo rispetto dei dettami religiosi non vada confuso con il terrorismo lo scrive anche l'importante rivista Foreign Policy che cita altre fonti dell'intelligence, questa volta britannica:

"La moschea di Brixton (una moschea salafita, ndr) non è un centro di estremismo violento, è un centro di resistenza all'estremismo violento", afferma Robert Lambert, un ex agente anti-terroristico del London's Metropolitan Police Service.

Dopo quasi dieci anni dall'11 settembre, questo pensiero si è evoluto in una delle strategie più promettenti e forse più controverse della Gran Bretagna. Il governo sta – in effetti – scommettendo che l'ideologia che molti islamisti radicali dichiarano di credere può essere impiegata per tenerli lontani dal diventare terroristi.

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