Devo dirlo? A me, la polemica tra Il Foglio e La Repubblica su Gustavo Zagrebelsky, Umberto Eco e la cultura degli azionisti piace molto. Sarà anche discussione molto sterile, "ombelicosa" e assolutamente inutile per quest'Italia che va a rotoli, ma mi piace. Nonostante io legga con interesse quando scrive il quotidiano di Giuliano Ferrara sono arrogantemente arrocato sulle mie posizioni, contrarie a quelle dell'elefantino, sia per convinzione personale sia per contrasto all'arroganza di un signore che ha perso da tempo ogni credibilità e influenza.
Un passaggio mi ha colpito dell'editoriale di Ferrara, quello in cui si rifà un po' allo stereotipo del "torinese falso e cortese":

Torino è una città che ho molto amato, ma il succo del suo famoso giansenismo è così tremendamente condito di ipocrisia, e questa ipocrisia è così perfettamente rappresentata dal timbro vocale, dalla tonalità e dall’inflessione piccolo dialettale di Zagrebelsky che in fondo in fondo preferisco la banda Cavallero (una famosa banda di rapinatori torinesi, ndr).

Sarà che sono un po' moralista, sarà che credo nell'etica pubblica e nel senso della responsabilità, sarà che abito da Torino da tre anni e penso di aver colto qualcosa di quel retroterra culturale che caratterizzò molti degli esponenti del partito d'Azione. E trovo orrendo, da parte di uno come Ferrara, parlare – con brutte cadute di stile, di quelle che gli furono riservate in passato – di mancanza di vita chi invece vuole una politica e un'etica pubblica esemplare, che garantisca infine una vita dignitosa a tutti e non il predominio e la sopprafazione dei più furbi.

La cosa particolare e che gli eredi dell'azionismo, che è una dottrina in cui mi rispecchio molto, dopo essere definiti "giansenisti", siano paragonati ai giacobini, un paragone che mi fa orrore perché in questa moltitudine di persone che vogliono cambiare la società trovo che i Zagrebelsky, gli Eco e i Saviano siano più vicini alla "rivoluzione moderata" dei girondini (che io preferisco) in contrapposizione all'intransigenza volgare di grillini, popolo viola e via dicendo. Comunque, vi consiglio di leggere la replica, magistrale, di Ezio Mauro, con molti riferimenti storici e ideologici e molti paralleli azzeccati.

Mauro e Ferrara conoscono molto bene Torino. Il primo fu un giovane cronista negli anni di Piombo, mentre Ferrara, da comunista puro e duro, fu consigliere comunale nei primi anni Ottanta.

da comunista che ero, con Mauro a Torino in anni minacciosi e tetri, divenni anticomunista (una corruzione della persona e dello spirito che se Dio vuole condivido con tanta brava gente tra cui molti che pagarono un prezzo alto, mentre io ne ho ricavato una vita comoda e una buona mercede). Questo ci divide, caro direttore: non la vita comoda e la buona mercede dei servi, che per fortuna da miserabili giornalisti condividiamo, ma l’anticomunismo. Io mi sono rassegnato a condividere, almeno metodologicamente, il liberalismo e i suoi criteri di giudizio, e ho ammazzato il Togliatti che era in me e nella mia educazione familiare; tu no, tu ti sei imbevuto della psicologia politica e della cultura torinese dell’azionismo, e hai riversato in questo moralismo democratico ma non liberale le tue ardenti pulsioni di giovane comunista alle prese con il mondo borghese della stampa e dell’editoria. Il comunismo non si porta più, l’azionismo è un sempreverde

E no. La differenza è quella di cui parla Nanni Moretti in "Caro Diario", perché è così. Cambia chi è pentito del proprio passato. Se uno agisce bene, non ha nulla di cui pentirsi e forse Ferrara gridava cose orrende, e non cose giuste, e si sente con l'anima in pena.

Voi gridavate cose orrende e violentissime e voi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne

L'editoriale di Giuliano Ferrara contro la manifestazione di Giustizia e Libertà
La risposta di Ezio Mauro a difesa dell'azionismo
La controreplica di Giuliano Ferrara

 

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