"Oriana stava ormai male, tossiva continuamente. La convinsi a farsi visitare allo Sloan Kettering, il maggiore istituto per la cura dei tumori del mondo. Non fu facile ottenere l’appuntamento; ma una bella mattina di una bellissima giornata andai a prenderla a casa e andammo a piedi allo Sloan Kettering. Lì, come per tutti, un segretario le presentò un lungo questionario da compilare. Oriana si infuriò (“Io sono Oriana Fallaci, non un paziente qualsiasi”) e si presentò al luminare con il questionario in bianco; e lui, tempo un minuto, la rimandò a casa. Oriana tornò allo Sloan circa un anno dopo, ma era troppo tardi"

Questo è uno dei ricordi di Giovanni Sartori su Oriana Fallaci, consegnato alle pagine de il Corriere della Sera del 25 agosto scorso. Lo ha ripubblicato Malvino sul suo blog.
Ma cosa pensava l'Oriana? Di essere nell'Italietta dei favoritismi, delle raccomandazioni e dei "lei non sa chi sono io"? Nell'Italietta in cui politici e loro diramazioni possono evitare le liste d'attesa e saltare le code? Pfui!
Questa vicenda – comunque – mi ricorda quella della mia professoressa di matematica al liceo, donna austera e molto severa, fortemente convinta delle sue idee. Non fece vaccinare i suoi figli perché c'è una remota possibilità che possano danneggiare il vaccinato, e non si sottopose alla chemioterapia quando si ammalò di cancro. Ora non so che fine abbia fatto perché mi sono allontanato dalla mia città. Ecco, a persone così orgogliose come la mia prof o Oriana Fallaci bisognerebbe ricordare che "l'orgoglio fa male. Non aiuta, mai", come diceva Marcellus Wallace al pugile Butch in Pulp Fiction (anche se poi nel film le cose vanno decisamente al contrario).

 

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