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Torno a casa mia, a Stezzano, dove settimana scorsa, nel giorno della festa della Liberazione, hanno aperto l’ennesimo centro commerciale della zona. Ha un nome apocalittico. Si chiama “Le due Torri“. Ora, io non conosco il pensiero dei miei compaesani, però a me non ricorda niente di buono. C’è tanto entusiasmo, anche tra i consumatori. Fatto sta che – nonostante gli oscuri presagi – i giornali locali hanno venduto bene l’operazione economica: più centri commerciali, più posti di lavoro. Ma i posti di lavoro non aumentano, si spostano solo: la gente non è più ricca e non spende di più, cambia solo destinazione dei soldi, e quindi se aumentano i posti di lavoro a Stezzano, diminuiranno a Curno o a Orio. Fa niente. C’è così tanto campanilismo in Padania che va comunque bene.

E l’entusiasmo qui è tanto che “Le due Torri” oggi sono aperte e – molto probabilmente – sarà piena di clienti a passeggio. E i nuovi assunti saranno ben felici di lavorare: non vorrai mica riposarti adesso che hai cominciato, avrà pensato qualcuno tra sé e sé. Qui c’è la stessa logica che regolava la mente di Lulù, il protagonista de “La classe operaia va in paradiso“:

io in fabbrica mi annoio, mi rompo i coglioni e allora lavoro, lavoro. Senti il concetto: la vita, traguardo, striscione, tutti dentro in pista, siamo tutti in corsa. Io sono un campioncino qui dentro. Poi ci sono i terroni, come questo qui, Sicilia Orientale, che sono tutti dei pendolari, che al mattino arrivano qui già stanchi e io li frego sul “rimmo”.Io sono riuscito a tirare su 25 mila lira in un mese di cottimo. 25 carte. Ma pedalare, pedalare.Perché io mi concentro. Io sono concentrato. Concentrato. Io ho una tecnica per concentrarmi, lei lo sa. Mi fisso col cervello, penso a un culo. Il culo di quella lì. Qui dentro non c’è mica altro da fare, no. Visto che dobbiamo lavorare lavoriamo no.

Qui si lavora perché non c’è altro da fare. Qui si lavora sodo senza “etica protestante“. Anzi, poche proteste qui, che si lavora.
Andando a compare i giornali stamattina riflettevo su questo fatto. Si sta perdendo il senso del 1° maggio, se mai ci sia stato qui, e nei prossimi anni andrà scemando ancora di più. E mi sono ricordato di alcune cose recenti.
Dicevo che qui si lavora perché non c’è altro da fare, si lavora sodo senza “etica protestante”, poche proteste, poche bale, via. Qui a Stezzano se un lavoratore reclama i soldi guadagnati, gli altri si girano, lavorano e l’insultano. Fesso lui. Come si è visto ad Annozero. Qui, nonostante ci sia già stato un morto irregolare nel cantiere del nuovo ospedale, nonostante le inchieste di Paolo Berizzi sul caporalato, nonostante i sindacati e tutto, a Bergamo città l’ispettorato del lavoro ha trovato 20 lavoratori in nero di una ditta che ha ricevuto il subappalto che “il tasso di disoccupazione raggiunge nel mese di marzo l’8,8%, il livello più alto da otto anni a questa parte” e che la disoccupazione giovanile “è pari al 27,7%, con un calo di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente ma in aumento di 2,9 punti percentuali rispetto all’anno scorso”.
Quando posso a Torino seguo le udienze dei processi ThyssenKrupp e Eternit. Quelle sono condizioni di lavoro infernali e forse solo chi è sopravvissuto a certe disgrazie così capisce il senso del 1° maggio. Forse, anche qui a Stezzano, Bergamo, non è necessario vivere delle disgrazie per capire il senso di questo giorno. Forse il bisogno non dovrà offuscarci i sensi. Anzi, i sensi dovranno farci capire i bisogni. Forse basterà guardarsi un po’ attorno, se si è ancora capaci, basterà sentire qualche mal di stomaco e dire un “no” in più a inviti, e ci sarà ancora qualcuno di noi che ne capisce il senso. A loro gli auguri di buon primo maggio con la speranza di trovare un “buon” lavoro.

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