Lo scrittore Beppe Sebaste scrive sull'Unità di domenica un pezzo d'analisi che condivido pienamente su politica e narrazione, o – per dirla da fighetto – lo storytelling:

In Italia la destra, per quanto la più becera d’Europa, conosce la forza della narrazione. Come ho scritto altre volte su queste pagine, è grazie a un potente apparato ideologico-narrativo (i cosiddetti “valori”, per quanto eterocliti o contraddittori), che le destre hanno intrapreso un’ascesa politica vincente. Il fallimento che si protrae da ormai troppo tempo della sinistra (con l’eccezione significativa di Nicki Vendola), si può anche sintetizzare così: l’avere rimosso il tema cruciale delle narrazioni, della forza del racconto, un “dare senso a questa storia”, ciò che un tempo si chiamava “mito”. Non è possibile fiducia né orizzonte, né una visione del mondo, né un cambiamento, senza la forza di una narrazione, un racconto che ci porti mentre noi lo portiamo.

Quasi sullo stesso tema, anche se ha diversi paragrafi in più, vi consiglio l'editoriale di Barbara Spinelli su la Stampa.

OT – L'amico Gaetano invece mi suggerisce la lettura di qualche paragrafo dell'editoriale domenicale di Eugenio Scalfari su Repubblica, sempre sugli intellettuali, l'impegno politico e i partiti:

Il radicamento sul territorio non dipende dal numero dei circoli o delle sezioni. Dipende dalla condivisione della vita dei dirigenti con quella del popolo che li segue. (…) È questione di creare una comunità e viverla come tale. La dirigenza del Pci era fatta di intellettuali che vivevano come proletari e in mezzo ai proletari. (…) Mancano i don Milani e i Di Vittorio d'un tempo. Se risuscitassero sotto nuove spoglie molte cose cambierebbero in quest'Italia di maschere e di generali senza soldati.

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