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Il ministro francese dell’educazione Valérie Pécresse, ha posto l’obiettivo del raggiungimento del 30% di studenti “boursier” nelle “Grandes Ecoles” francesi il 12 dicembre (ne parlavo qui).
Pochi giorni dopo che ne parlai, il ministro italiano dell’Istruzione Maria Stella Gelmini propose, tramite una circolare ai presidi, di limitare al 30% la presenza di studenti stranieri nelle classi italiane.(escludendo i figli di stranieri nati in Italia, che non sono italiani per via dello ius sanguinis).
C’è una differenza tra i due: il primo è un tentativo ad aumentare la presenza nelle scuole d’élite di studenti provenienti da situazioni economiche disagiate, dando pari opportunità e facendo sì che, tramite il merito, la società non sia ingessata e composta da caste; il secondo, invece, vuole tendenzialmente limitare una presenza che danneggerebbe l’insegnamento e gli alunni, ponendo anche le basi per una migliore integrazione.
È una proposta che fa pensare. Senza dubbi, è molto migliore delle classi ghetto proposte dai leghisti lo scorso anno.
Su Nazione Indiana c’è un post a riguardo, un post un po’ ideologico forse, che critica il provvedimento. Così ho commentato:

A me non sembra una proposta così “nazista”. Ci si può riflettere. Anzi, ci si deve riflettere. Delle soluzioni vanno trovate. Avete idea di quanto sia difficile a volte fare l’insegnante con tutti i problemi della scuola (tagli ai fondi, meno insegnanti di sostegno, classi con sempre più alunni e via dicendo)? Delle soluzioni vanno trovate e, se non si possono aumentare i fondi e il personale, allora bisogna fare una razionalizzazione dell’organizzazione. E, forse (ribadisco, forse), questo passa anche attraverso al ridistribuzione degli alunni.

 

Io ho in mente certe scuole di provincia a Bergamo. Non so se avete idea di come sia difficile per un insegnante dover gestire delle classi in cui a metà anno arrivano degli studenti stranieri, ad esempio molti pakistani o africani, che non parlano una parola di italiano e devono imparare storia, matematica, scienze e via dicendo. Non parlo di bambini nati in Italia da genitori stranieri o di bambini giunti qui molto piccoli e scolarizzati presto, ma di quelli più grandicelli giunti da poco dall’estero, cosa che non è rara.

Di questa mia idea mi sono convinto col tempo. A sostegno ho trovato anche due articoli interessanti che partono dal presupposto che “non è un’idea così peregrina” per poi argomentare e analizzare in maniere diverse. Una è l’analisi del sito “lavoce.info”, scritta da Paolo Manasse, docente di politica economica all’Università di Bologna, pone dei dubbi: chi si trasferisce? come lo si sceglie? con quali costi? non è meglio avere più docenti?
Miguel Gotor, docente di storia moderna all’Università di Torino, sostiene sul Sole 24 Ore, senza infognarsi nelle analisi economiche, che, senza un intervento, si formino delle classi ghetto che favoriscono il “comunitarismo” e che rallenti l’istruzione creando scuole di classe A e B. Inoltre sostiene che “nessuna accoglienza può avvenire senza regole e senza l’investimento di adeguate risorse economiche e culturali“.
Quindi, come sostenevo nel mio commento su Nazione Indiana, ci vogliono anche risorse e investimenti nella scuola. Cosa che il governo sta evitando di fare da anni.

Chiaramento mi auguro che anche voi, miei pochi lettori, li leggiate per poi dibatterne insieme qui.

 

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