jesus preaching doré gustaveLa questione relativa alla sentenza della Corte europea di giustizia sul crocefisso nelle scuole non mi tocca molto. (Ho delle mie idee, come tutti, e quindi, secondo la regola della “piramide inversa”, le trovate in fondo, se proprio volete).

Tuttavia, leggendo un bel saggio di Christian Salmon, “Storytelling”, (edizione La Decouverte – Poche) ho riflettuto su una cosa:

  • il marketing legato ai simboli ha conosciuto il suo apice alla metà degli anni Ottanta, per poi declinare alla metà dei Novanta, fino alla dichiarazione di morte di “No Logo” di Naomi Klein. Da qui in poi il marking si basa quasi esclusivamente sullo storytelling;

  • nonostante tutto, nei primi anni Duemila, negli Usa, erano stati registrati 100 mila marchi in più rispetto al 1983. Bisogna anche pensare che oggi i consumatori dei paesi industrializzati sono esposti a tremila messaggi commerciali (quindi con dei marchi) al giorno.

L’autore cita (a pag 40 della mia versione) Seth Godin e il suo "Tous les marketeurs sont des menteurs" (Tutti gli addetti al marketing sono bugiardi):

«le religioni deperiscono e scompaiono perché non hanno fatto le buone scelte di marketing»


Sembra ridicolo, ma forse è una delle ragioni per le quali sempre meno gente va in chiesa. Salmon cita anche Christian Budtz, autore di "Branding in practice" (pag 37):


«La vostra società (
intesa come società-impresa, nota mia) ha una storia originale da raccontare? Una storia così onesta, così accattivante e così unica, che saremmo tutti pronti a farne parte?»


Sì. Hanno tra le migliori storie, libri risalenti ai tempi antichi, dovrebbe essere semplice. E può piacere anche ai bambini, come nel caso di Stevie Griffin:


«Oh cavoli, questa sì che è letteratura! Leoni che mangiano i cristiani, gente inchiodata su croci, morti viventi: questa non è roba che trovi su “Winnie The Pooh”!»

La questione del crocefisso mi ricorda una cosa. Affidarsi a questo simbolo per difendere la propria identità è da tamarri, nel senso che è il tamarro di periferia che deve mostrare a tutti i jeans di marca, le scarpe di marca, la felpa di marca e le mutande di marca per colmare il suo vuoto di personalità. Mi ricorda anche la vignetta di Ellekappa:


«I miti sono importanti. I giovani hanno bisogno di t-shirt in cui credere»


Quindi, il mio suggerimento per la Chiesa Cattolica e per il Vaticano è uno è semplice: abbandonate i marchi, adottate lo storytelling, alla narrazione simbolica.
Tornate al Vangelo.


[Ora passo alle mie opinioni personali.

Innazittutto: sono io cristiano cattolico? Non sono di certo un praticante, ma la mia storia lo è certamente se – quando sono in viaggio con la mia ragazza che non è cattolica né tantomeno cristiana- mi trovo a doverle spiegare storia, miti, leggende, credi e pratiche cristiane. Ma questo è un altro discorso.

Sono un agnostico? Forse. Sono un non praticante e dubito fortemente della coerenza delle gerarchie religiose e della cieca fede delle persone.

Nonostante ciò.

Che a scuola ci sia il crocefisso o no, non mi interessa. Non mi fa né caldo né freddo, e non sbraito in sua difesa né mi straccio le vesti per le ingerenze papali in classe. Come si dice in Francia, resto zen. Non riesco neanche a dire “preferirei che nelle istituzioni nazionali non ci fosse”, perché proprio non me ne faccio un problema. I problemi a scuola sono altri: pochi fondi per l’istruzione, pochi per la ricerca, poche insegnanti e bambini in aumento nelle classi.

Mi sta anche bene lì dov’è se si continua a rispettare l’identità, la storia e le tradizioni degli altri. Finché tutti sono liberi di indossare la kippah, l’amrit o l’hijab, per dirne alcuni, senza problemi.Tuttavia, siccome sembra non essere il caso, nella fattispecie riguardo il velo delle donne islamiche, allora la faccenda inizia a puzzare. Ecco appunto i tamarri che hanno bisogno di un simbolo per avere una personalità]

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