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Sembra un tormentone, macabro, ma un tormentone. Quelle cose di cui tutti parlano. Siamo in periodo di crisi, la gente si uccide. È un dato importante: ricordate il film “Le vite degli altri“, dove il protagonista – tra tutte le cose – trova la maniera di fare arrivare al settimanale Der Spiegel, nella Germania Ovest, un articolo sull’aumento dei suicidi nella Germania dell’Est? Ricordate che clamore suscita la pubblicazione di quei dati riservati sull’aumento di suicidi a Est? Ecco. Questo dato è un indicatore importante che però può essere usato in maniera strumentale.

Il tema della difficoltà economiche e dei suicidi non è affatto nuova, come vedremo alla fine di questo post era già stato trattato, e non va presa alla leggera, come un dato di fatto. Perché spesso, dietro questo genere di notizie che occupano pagine di giornali, internet e servizi televisivi per giorni, c’è un semplice fenomeno di sociologia della comunicazione, l’agenda setting.

Per fare un esempio, l’ipotesi di agenda setting stabilisce che, se per un certo periodo di tempo i media dedicano tempo e spazio al problema degli incidenti sulle strade, tale problema diventerà importante nella percezione del pubblico indipendentemente dal fatto che esso si sia effettivamente aggravato rispetto al passato, ma soprattutto indipendentemente dalle soluzioni che persone e pubblici diversi potranno dare rispetto a tale problema. Gli incidenti sulle strade entreranno a far parte dei nostri discorsi e delle nostre riflessioni.

(Fonte)

Anche in queste settimane di nera crisi economica non mancano notizie sull’aumento dei suicidi. Lo troviamo in Grecia, dove nei primi sei mesi del 2011 il tasso è diventato il più alto a livello europeo (qui ne parla The Guardian). E, attenzione, la Grecia fino al 2009 aveva un tasso di suicidi tra i più bassi del Vecchio continente. L’Eures ha invece documentato che in Italia il boom si è manifestato più intensamente dal 2009, soprattutto “fra chi ha perso il lavoro, che si tratti di imprenditori o di dipendenti, la decisione di ricorrere al suicidio è aumentata di oltre il 40% in un anno, con la triste media di un morto al giorno“, svela Agoravox. Poi ci sono anche i suicidi per “ragioni economiche”, che rappresentano il 10,3% dei suicidi totali. Per l’Eures si è raggiunto “proprio nel 2009 il valore più alto degli ultimi decenni (198 casi, con una crescita del 32% rispetto ai 150 casi del 2008 e del 67,8% rispetto ai 118 casi del 2007)“. I suicidi nell’Italia di questi anni sono comunque inferiori a quelli degli anni Ottanta. Sarà interessante vedere versioni aggiornate di questa ricerca fra un po’ di mesi, dopo la strana catena di suicidi tra imprenditori in Veneto e Sicilia.

Bisogna sempre fare attenzione ai dati statistici per non farsi prendere dalla ansia dei casi ravvicinati che arrivano sulle pagine di cronaca. La fondazione Ahref, che si propone di innovare il giornalismo con l’uso della tecnologia, ha affrontato di striscio questo tema grazie a una lezione sul “Data journalism” di Giorgio Meletti, giornalista economico de Il Fatto quotidiano. Meletti ha ricordato alcuni casi storici.

compito del giornalista di fronte ad una notizia è sempre quello di porsi la domanda giusta. Esempio.  Parla del caso dell’emergenza suicidi che occupava le prima pagine dei giornali e i telegiornali italiani nel Natale del ’98. La narrazione prevalente diceva che a Natale aumentava il numero dei suicidi (povertà, solitudine, ecc.) Il giornalista di precisione si pone la domanda giusta: è vero che i suicidi del periodo natalizio sono maggiori rispetto alla media?  Il quel caso venne fuori che non era così e che in realtà a Natale si suicida un numero di persone in linea con gli altri periodi dell’anno.

Un altro caso è quello dei suicidi a France Télécom:

La notizia che una decina di dipendenti di Telecom France si sono suicidati fa aprire una campagna di stampa contro le condizioni di lavoro in questa azienda. Le Figarò attua una procedura di giornalismo di precisione e scopre che la media dei dipendenti suicidi è esattamente corrispondente alla media nazionale. Tutto quì? Bufala sventata? No perché in realtà se si va a vedere il dato medio dei suicidi tra gli impiegati si scopre che il numero dei suicidi tra i dipendenti di Telecom France è molto superiore. Dunque il problema c’era e i dati sono stati usati in modo non corretto per coprire il problema.

Già in passato ci facevano attenzione. Sto leggendo “Fatti di cronaca”, scritto da André Gide, un libricino di 90 pagine pubblicato dalla Sellerio nel 1994. Si tratta di una raccolta di considerazioni su fatti di cronaca segnalati a Gide dai lettori della “La Nouvelle revue française”. Pochi anni prima, dopo l’esperienza in un processo per un omicidio in qualità di giurato popolare, l’autore francese scrisse “Ricordi della Corte d’Assise” e cominciò a sviluppare le riflessioni che seguono in “Fatti di cronaca”, sviluppano una ricerca sull’assurdo di certi gesti che ritroveremo più tardi ne “Lo straniero” e nel saggio “Il mito di Sisifo” di Albert Camus. Dopo la pubblicazione, nella rubrica sulla Nrf, di un’indagine medico-sociale sui suicidi in Russia durante la crisi, un lettore, Marcou-Muntzer, “anziano interno degli ospedali di Parigi”, scrive questa lettera per precisare dati e considerazioni:

La dottoressa Suzanne Serin ha pubblicato ne ‘La Presse médicale’ del 6 novembre 1926 un’accurata inchiesta medico-sociale su 307 casi di suicidio (tentati o riusciti). Secondo la sua opinione ‘la miseria è fra le cause determinanti dei suicidi’. In realtà: 38 casi su 307. [...]

Mi trovavo nella condizione ideale per analizzare lo svolgersi del dramma poiché esercitavo la professione di medico dal 1901 a Pietroburgo e tra tutte le classi sociali. Ogni giorno compariva nei giornali la rubira ‘Suicidi’; ne ho contati da 5 a 20 al giorno nella città. Ognuno, intorno a sé, aveva degli amici che si erano suicidati: psicosi? disgusto per la vita? miseria?…. ‘Miseria’ rispondevano la maggior parte delle volte… Srana miseria in effetti in un paese in cui i pasti popolari e gratuiti potevano nutrire tutti i miserabil.

Nel 1917 si scatena l’uragano, seguito, subito dopo, dalla carestia. Ma, contrariamente a tutte le previsioni, il numero delle psicosi non aumenta e, cosa inaudita, gli uomini non si suicidano più. Avevano ben altro da fare: perché, colpiti dalla più atroce e prolungata delle carestie, dovevano trovare il modo di vivere con mille calorie al giorno e abituare il loro organismo a questa permanente sottoalimentazione. Ma quando il corpo è disintossicato e alleggerito a questo punto, non rimane che un solo istinto, enorme, smisurato: non morire di fame!…Quando sussiste il terribile istinto vitale, non c’è più posto per il suicidio.

Così, con delle lettere Gide e i suoi lettori riescono a decriptare un’informazione falsa. Notate come in questo rapporto epistolare con lettori esperti e attenti abbiamo una sorta di giornalismo partecipativo e di precisione precedente all’era di internet.

Poi, last but not least, non va dimenticato che Emile Durkheim, uno dei padri della sociologia e autore di un saggio sui suicidi nel 1897, aveva catalogato come “suicidio anomico” quello tipico della società moderna per la mancanza di valori: aveva notato che il tasso di suicidi aumenta nei periodi di crisi economica, ma anche in periodi di ricchezza e prosperità per l’anomia di norme e valori socialmente condivisi. E forse conoscere anche solamente questa nozione permetterebbe ai giornalisti di non prendere come un dato di fatto e come un allarme sensazionale una serie di suicidi.

[Ho riportato fino in fondo la lettera del medico perché volevo anche riportare il tema della lotta per la sopravvivenza del genere umano nei momenti più duri, un tema che ritroviamo anche ne "La pelle" di Curzio Malaparte, libro che trovo molto interessante]